Mancano meno di 100 giorni all'inizio della maturità. Che cosa ci sia da festeggiare io proprio non lo so, siamo già a marzo e a me sembra di essere appena tornata sui banchi di scuola. L'ultimo anno sta volando, ma non sono sicura di esserne felice.
"Le tradizioni vanno onorate" mi ricorda una mia amica, e tra le sue parole si nasconde la promessa di rendere indimenticabile ogni momento di questo ultimo anno, allora mi lascio coinvolgere in questa ennesima recita.
Avvisiamo i prof, scriviamo anche a coloro che hanno fatto parte della IV C per poco tempo, prenotiamo un tavolo.
Il ristorante è affollato, ma sono tutte voci ormai fin troppo familiari.
Dopo cinque anni siamo ancora tutti qui, qualcuno è diverso, qualcun altro è esattamente lo stesso di allora, ma stasera ci siamo tutti e solo questo conta. Forse è l'ultima cena di classe, poi le prossime saranno quelle imbarazzanti riunioni di ex studenti dove puntualmente ci sarà il tuo ragazzo della prima liceo, ma mai nessun volto simpatico con cui poter scambiare due chiacchiere.
Si ordina da mangiare e da bere, rimandiamo il momento delle domande il più a lungo possibile. Io e le altre facciamo di tutto per fare le sceme anche oggi, come ogni giorno trascorso a scuola insieme.
Nonostante tutto quel che è accaduto, mi mancheranno queste persone che il primo giorno della quarta ginnasio mi sembravano simpatiche solo perchè condividevano le mie stesse ansie, le mie stesse paure ed ora sono parte della mia storia e sempre lo saranno. In un angolo ci sono le suore, che con noi non hanno mai condiviso nulla, nemmeno il viaggio di maturità perchè l'ho organizzato io e allora no, non ci si può fidare di me. Poverette, un po' provo pena per loro. Vivranno la loro giovinezza ad 80 anni? Chi può dirlo.
All'angolo opposto del tavolo i maschi discutono di una partita di calcetto che segnerà le sorti del campionato della scuola.
Al centro ci siamo noi, che a guardarci ora si direbbe che saremo migliori amiche per sempre, ma tra donne non è mai così semplice, quanti segreti ci separano non lo sappiamo nemmeno noi, ma continuiamo a volerci bene per qualche strana ragione.
Ormai tutti hanno deciso, chi tenterà medicina, chi si è già assicurato un posto alla Bocconi o in un'altra università privata, poi ci sono io.
"E tu che cosa prendi, Ross?" "Un altro bicchiere di bianco, grazie." ridono per la mia battuta scontata, forse anche un po' per la mia natura infantile, la stessa di cinque anni fa, ma io non ho più voglia di fare la cretina. Ho voglia di affrontare il futuro senza paura.
Loro non lo sanno cosa si prova ad essere me, insider ed outsider allo stesso tempo. Io adesso darei qualsiasi cosa per essere semplicemente come loro.
Visualizzazione post con etichetta adolescenti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta adolescenti. Mostra tutti i post
martedì 10 marzo 2015
lunedì 23 febbraio 2015
22 febbraio 2015
"Aveva proprio ragione il professor Gagliano quando diceva che i giorni indimenticabili della vita d'un uomo sono cinque o sei in tutto, gli altri fanno solo volume."
Questa data la ricorderò per sempre.
Ho aspettato così a lungo il concerto dei Kooks da non rendermi ancora del tutto conto di averli finalmente visti dal vivo, a un metro e mezzo da me.
Non solo ho avuto la fortuna di essere nella loro stessa stanza per un paio d'ore, ma sono persino riuscita ad arrivare in prima fila per un grandissimo colpo di fortuna.
Ora so che il karma gira. I giorni belli arrivano, illuminano di una luce nuova tutto quello che li ha preceduti e lasciano un segno indelebile che servirà da promemoria per il futuro.
Non ero tanto felice da troppo tempo ormai e adesso mi sembra di aver vissuto un brutto sogno in questi ultimi due mesi, ma è infine arrivata la mia rivincita.
La mia storia si è intrecciata con quella dei Kooks circa quattro anni fa, in modo casuale e disordinato.
"She moves in her own way" è stata la loro prima canzone a colpirmi e lo ha fatto come un getto d'acqua gelida all'improvviso.
Più l'ascoltavo e più credevo che il mio essere diversa dalla massa non fosse un reale problema, come in quel periodo ero convinta.
Frequentavo il ginnasio e cercavo di saltarci fuori, ma la vita alle superiori sembrava troppo complicata e più di una volta ho pensato di non esserne all'altezza.
Mi ripetevo continuamente: "Starò bene, passerà." E poi è accaduto. Sono andata avanti e ora sto davvero bene e un po' è merito loro, ne sono convinta.
Il concerto è stato perfetto. Non mi vergogno di ammettere di aver pianto per la gioia, mentre cantavo a squarciagola con Luke.
Non sono mancati i grandi classici della band, da Junk of the heart a Seaside, passando per Naive, tutti alternati in modo meraviglioso alle canzoni dell'ultimo disco.
Luke Pritchard è un frontman sensazionale. Gestisce il palco consapevolemente e non si limita ad eseguire i pezzi, come mi avevano deluso altre band in passato, ma li interpreta con tutto il suo corpo e dimostra di essere un artista completo.
Peter Denton me lo sposerei immediatamente. Ho sempre avuto un debole tremendo per tutti i bassisti, ma dopo averlo visto dal vivo, lui ha rapidamente scalato la classifica fino ad occuparne il podio.
Hugh Harris è timido, se ne sta in disparte e si concentra per poter trasmettere al pubblico una parte musicale fondamentale per l'intera band. L'ho apprezzato tanto.
Alexis Nunez osserva tutto dalla sua postazione ed è quel tipo di capellone che non si può non amare perchè ha quel sorriso contagioso tipico di molti bambini.
Li ho semplicemente amati. Andate a vederli dal vivo, scateneranno in voi mille emozioni e ne rimarrete affascinati.
Ora me ne torno a progettare di diventare una loro groupie, ciao ciao amici!
R.
Etichette:
adolescenti,
adolescenza,
canzoni,
felicità,
ginnasio,
Milano,
musica,
superiori,
The Kooks
sabato 7 febbraio 2015
Nevica, sono stanca di giocare, mi manchi
Mi comporto da
amica, non sono dolce nè fredda e va tutto bene. Tu fai un passo verso di me e
io non reagisco. Continuiamo allora, sono brava in questo gioco, faccio la
sostenuta, mi prendo il mio tempo per risponderti: un'ora, due ore, che importa
se aspetti? Ti risponderò, lo sai anche tu, ma non subito. Non devi capire che
quando leggo il tuo nome sul telefono sono felice come un bimbo che vede la
neve per la prima volta.
Mi comporto da
amica anche se solo l'idea che un'altra possa sfiorarti mi fa impazzire. Il mio
problema è che se sei gelosa, così gelosa, di qualcuno, non puoi negare di
provare qualcosa.
Penso ad altri,
parlo con altri, ma tu sei un punto fisso nella mia mente.
Ti chiedo se sei
tornato a casa o sei ancora a Milano. Sei a casa. Mi chiedi il motivo della
domanda. Io sono sincera, per la prima volta oggi ti mostro quel che provo.
Volevo
vederti...
Errore. Subito
fai un passo indietro, "Devo studiare, purtroppo..." e sembra che tu
faccia un favore a me ogni volta che ci vediamo. Cosa ti costa ammettere che
anche io ti manco? Che stiamo bene insieme?
Perchè deve
essere così complicato? Perchè hai paura di
provare qualcosa per me? Sono trascorsi mesi, ma ci sono sempre gli stessi
problemi ed io sono stanca.
Questa volta non
ti rispondo. Finisce così la partita di oggi, mi hai tolto ogni energia.
Ha ricominciato
a nevicare.
Vorrei che tu
salissi in macchina e venissi da me per abbracciarmi e dirmi che un giorno
tutta questa distanza non ci sarà più, che un giorno non avremo più paura di
non farcela, di non essere in grado di far funzionare tutto.
Ma non sono
neanche capace di dirti che mi manchi.
mercoledì 28 gennaio 2015
È cambiato tutto, ma non è cambiato niente
SPOILER: elevato tasso di retorica presente in questo post, armarsi di pazienza oppure abbandonare la nave immediatamente.
Avere una sorella maggiore è quel che di più bello potesse capitare ad una egocentrica come me.
Ho trascorso gran parte dell'infanzia ammirando la sua adolescenza e immaginando mille storie (ben supportate dalla lettura dei suoi diari segreti ad insaputa della proprietaria, ovviamente). Quel che più desideravo era essere lei.
Da bambina ero vanitosa, snob, spocchiosa, capricciosa, viziata, altezzosa e bellissima (insomma, non molto diversa dalla Rossella di oggi), ma volevo con tutta me stessa essere lei.
La ragazza della porta accanto. La sognatrice che nasconde i grandi classici sotto i libri di scuola per fingere di studiare. La protagonista delle mie fiabe.
Osservavo la sua vita attendendo la mia adolescenza nella speranza che fosse, almeno parzialmente, intrigante come la sua.
Ma la mia è tutta un'altra storia.
Lei aveva il Nokia 3310, riceveva e inviava squilli per comunicare "hey, sto pensando a te", aveva MSN, ma aveva anche la realtà.
Io ho social network, aggeggi tecnologici che sanno esattamente dove sono e che cosa sto facendo persino meglio di me, un mondo dominato da un pazzo come Zuckerberg che mi ha permesso di conoscere un ragazzo? amore? amico? coglione? che abita a 171 km da me.
Prima (= ieri notte) stavo riflettendo su quanto debba essere stato bello vivere la propria adolescenza tra gli anni '90 e 2000. Non più semplice, non più divertente, ma più bello.
C'erano le Spice Girls, signori.
Marilyn Manson e Oasis erano comparsi sulla scena, facendo impazzire milioni di cuori.
La prima play station, amici nerd, e Dio solo sa quante ore ci abbiamo speso io e i miei fratelli con quell'affare.
Dolly! La scienza! Il progresso! Wow!
C'era Friends, il telefilm della vita.
Poi si era diffuso quello stile nerd/sfigato/fricchettone che mi appartiene e che è così tipicamente londinese.
E, per finire, SONO NATA IO.
Però però però.
I sentimenti, i drammi amorosi e le sofferenze non sono cambiati, ma sono stati amplificati dal web.
Noi giuuuuovani d'oggi rischiamo di perdere la bellezza di quel che accade al di fuori dei computer perchè imprigionati in un mondo affascinante come internet. Io per prima mi rifugio qui quando la realtà mi mette a disagio. Questo continuo scappare mi renderà una persona adulta capace di risolvere i problemi della "vita vera"? Chi può dirlo.
Internet, inoltre, non è sempre un luogo paradisiaco. Sono stata vittima del cyberbullismo su Ask.fm due anni fa. Ho poi compreso che molte persone si sentono protette dallo schermo di un computer e solo in questo modo riescono a riversare la propria frustrazione sugli altri.
Io, paradossalmente proprio grazie a loro, sono diventata più forte e più sicura di me stessa. È un percorso lungo e faticoso, ma si deve imparare a volersi bene per quel che si è.
Anche i nostri amici adolescenti degli anni '90 hanno dovuto fare questo sforzo, ci riusciremo anche noi.
martedì 27 gennaio 2015
Stesso libro, nuovo capitolo
Ci sono ricascata. Tre parole, un "mi manchi" di troppo e sono di nuovo in quel momento in cui credo di poter gestirlo, di poter essere forte abbastanza per affrontare questa situazione.
"Ma questa volta è diverso" ripeto a me stessa e agli altri che, preoccupati, mi guardano ricadere nello stesso errore.
Questa volta io sono diversa.
Self-centred.
Sono così tanto concentrata su di me da non piangere nemmeno più se non mi presta le attenzioni che vorrei da parte sua.
La sto vivendo con più distacco, sono spettatrice della mia stessa storia.
Il vero problema è che io sto meglio quando lui fa parte della mia vita, anche se in un modo non convenzionale, piuttosto che quando non lo sento/vedo affatto.
Però sono cambiata e, forse, ho capito come gestire un coglione bipolare.
Per intenderci, ho ancora voglia di menarlo quando se ne esce con frasi come "Non ci può essere nulla di serio tra noi" solo perchè ha paura di mettere in gioco i suoi sentimenti, salvo poi cercarmi e comportarsi da perfetto fidanzatino ogni volta che ci rivediamo.
Per qualche assurda ragione lui fa parte della mia vita da quasi un anno e siamo stati capaci di trasformare ogni addio in un arrivederci.
Non me la prendo più se non dà peso a qualcosa che per me è importante, so che a modo suo tiene a me.
Sono la stessa persona che aveva giurato non più di un mese fa di non voler più rivolgergli la parola, eppure eccomi qui. Continuo ad aggiungere pagine a questa storia perchè non sono ancora pronta a scriverne il finale.
venerdì 12 dicembre 2014
Facciamo un gioco?
Facciamo un gioco?
Tu smetti di tornare,
puntualmente, a farti sentire e io smetto di risponderti.
Io cancellerò il tuo numero, ti
eliminerò da tutti i social network esistenti, non andrò più a rileggere le
nostre vecchie conversazioni, non farò più del male a me stessa.
Tu, in cambio, smetterai di
usarmi quando hai bisogno di me per poi gettarmi via come un kleenex sporco.
Facciamo questo gioco, ma
facciamolo bene, perchè io sono esausta. Mi sento privata di tutta la mia
energia vitale e tu, forse meglio di chiunque altro, dovresti capire la
ragione.
Sono rimasta in equilibro sulla
fune per troppo tempo, mi piaceva così tanto camminare su un filo sottile e
guardarti sorreggermi e lasciare la mia mano, mi piaceva credere che saremmo
rimasti in equilibrio insieme per tanto tempo, non per sempre perchè non ho mai
creduto nel "per sempre" fiabesco, ma avevo immaginato qualcosa di
molto simile, lo devo ammettere.
Non posso più cadere, rialzarmi
da sola e rimettere insieme i pezzi che tu continui a frantumare ogni volta che
torni e te ne vai. Non ho più la forza per bagnare il cuscino duante la notte.
Non so nemmeno io come abbia fatto ad arrivare a questo punto, non ho avuto il
tempo di rendermene conto, ma ci sono dentro fino al collo ed è il mio istinto
di sopravvivenza che ora mi implora di scappare da te.
I miei amici mi ripetono da
troppi mesi che tu sei un coglione, che non mi meriti, che devo smettere di
credere alle tue bugie, ma il punto è che non mi sono mai resa conto davvero di
quanto dipendessimo l'uno dall'altra.
Giochiamo, ma questa volta
rispettiamo le regole e rispettiamo noi stessi, perchè fino a questo momento
non ne siamo mai stati capaci.
Nonostante io continui a sperare
in un nostro futuro insieme, devi smetterla di tornare, io devo smetterla di
esserci per te. Non posso più sperare che tu cambi, che superi le tue paure,
non è cambiato nulla dal primo giorno, ci sono ancora gli stessi problemi, la
distanza che ci separa non l'abbiamo scelta noi, non abbiamo colpa noi due, ma
io non posso credere vanamente di averti cancellato se tu continui a tornare
incasinando la mia mente e la mia vita.
Abbiamo giocato a lungo e abbiamo
perso entrambi, ma è giunto il momento di deporre le armi e incamminarci lungo
strade differenti.
sabato 2 agosto 2014
John Green, il nuovo Nicholas Sparks
Sono quel tipo di ragazza che
piange guardando Titanic, si commuove facilmente già a metà di un libro di
Nicholas Sparks e non riesce a sopportare quei programmi sugli animali
predatori perché parteggio sempre per le povere vittime indifese e cara Ivana
Spagna, non mi importa se questo è il cerchio della vita, nel Re Leone non era
poi così tragica la situazione.
Fatta questa premessa vi
risulterà chiaro che non appena ho sentito parlare di questo nuovo scrittore di
bestsellers dal nome che più americano non si può, ho avuto il bisogno fisico
di comprare i suoi libri, estraniarmi dal mondo che mi circonda e innamorarmi
di ogni singolo personaggio.
Se siete coscienti di assomigliarmi o vi riconoscete nei punti precedenti, proseguite nella lettura perché ho intenzione di soffermarmi su quello che ormai è divenuto un fenomeno mondiale, "The fault in our stars".
Ho la fortuna di conoscere la
lingua inglese (persino meglio dell'italiano, sostengono alcuni) e, perciò,
cerco sempre di leggere un libro nella sua versione originale, perché solo in
questo modo posso davvero cercare di capire quello che voleva esprimere lo
scrittore scegliendo un termine piuttosto che un altro.
Scrivo questa filippica non per
vantarmi delle mie conoscenze perché non credo che sia qualcosa degno di nota,
ma piuttosto per consigliarvi di leggere "The fault in our stars" in
inglese perché ne vale la pena.
Green scrive in maniera lineare e
non usa termini complicati (non dobbiamo dimenticare che si tratta di romanzi
per adolescenti, anche se con questo non voglio assolutamente screditare o
sminuire il suo lavoro), quindi, non sono richieste particolari conoscenze
della lingua e può essere anche un ottimo esercizio per rispolverarla.
La storia è semplice: una ragazza
e un ragazzo si incontrano e pian piano si innamorano. Ma c'è un "ma"
grande quanto l'Empire State Building in questa storia alquanto comune in
apparenza: sono entrambi malati di cancro.
Io lo so che lui non è il primo
né tantomeno l'ultimo che scrive una storia su questo argomento, ma il modo in
cui Green è riuscito a descrivere una situazione tanto
tragica rivolgendosi ad un pubblico prevalentemente costituito da adolescenti
non può restare indifferente nemmeno alle persone più ciniche che conosco.
Spesso leggendo mi capita di
identificarmi con un personaggio e di sentirmi parte della storia, come se la
stessi vivendo davvero io in prima persona. Con "The fault in our stars"
non è accaduto nulla di tutto ciò. Leggendo questo libro, ho
assistito alle vicende di Hazel e Augustus da spettatrice muta. La storia
coinvolge tantissimo dal punto di vista emotivo, ma non riesco nemmeno per un
momento ad identificarmi nei suoi protagonisti e forse è proprio questa la
magia che compie Green.
Per oggi direi di aver blaterato
abbastanza, vi lascio perciò con uno dei miei pezzi preferiti di tutto il
libro, che tra l'altro ne spiega il titolo:
...
but it is the nature of stars to cross, and never was Shakespeare more wrong
than when he had Cassius note, "The fault, dear Brutus, is not in our
stars / But in ourselves." Easy enough to say when you're a Roman nobleman
(or Shakespeare!), but there is no shortage of fault to be found amid our
stars.
Etichette:
adolescenti,
adolescenza,
amicizia,
amore,
cancro,
John Green,
lacrime,
libro,
Nicholas Sparks,
opinione personale,
punti di vista,
The fault in our stars
Iscriviti a:
Post (Atom)









